RAPPORTI SVIZZERA-ITALIA: ai piedi della scala

RAPPORTI SVIZZERA-ITALIA: ai piedi della scala

Roberta Pantani | 24/09/2019

Pubblicato in Corriere del Ticino

opinioni

I governi cambiano, i problemi restano. E come in ogni gioco dell’oca che si rispetti, la penalità è tornare alla casella “partenza”. L’avvento del nuovo Governo italiano riporta in auge le discussioni in merito all’accordo fiscale sui frontalieri e sull’ormai prossima entrata di Campione d’Italia nello spazio doganale dell’Unione europea. Temi che se per la Confederazione rivestono una certa priorità, per la controparte sono finiti sotto al mucchio dei dossier da affrontare. La nuova formazione di Governo pentastellata-PD-Leu ha definito chiaramente quali sono le sue priorità – come la riapertura dei porti, chiusi da Matteo Salvini grazie al decreto sicurezza Bis – e i dossier aperti con la Svizzera non sono certo tra queste.

Toccherà ancora alla Svizzera andare a bussare alle porte italiane per riallacciare almeno quei rapporti che, con l’uscita di scena degli esponenti della Lega, sono giocoforza andati persi. Fino a poche settimane fa, infatti, potevamo contare su contatti diretti con alcuni sottosegretari che, provenendo dalle province di Como e Varese, conoscevano molto bene la realtà di confine. Ora bisogna ripartire. E le premesse sono tutt’altro che rosee. Parlando dell’accordo fiscale sui frontalieri, per esempio, un esponente del Movimento 5 Stelle ha dichiarato pubblicamente che l’intenzione è quella di mantenere i livelli salariali dei frontalieri e i ristorni per i comuni di frontiera. Dopo tutto, già che si trovano al Governo senza essere stati eletti, perché mai farsi dei nemici…

Condivido la provocazione lanciata dal Consigliere di stato Norman Gobbi sulla necessità di dover ridiscutere dalla A alla Z l’accordo fiscale sui frontalieri, sul tavolo ormai dal 2015. Le basi sulla quale questo accordo è nato sono cambiate – basti pensare al record negativo di oltre 66mila lavoratori che quotidianamente varcano i confini col Ticino per lavorare – e il documento entrerebbe in vigore già ampiamente superato dagli eventi, visto che lo stesso andrebbe ridiscusso ogni 5 anni e che il numero di frontalieri continua ad aumentare. L’entrata in vigore di questo accordo – che, lo ricordo, andrebbe a sostituire quello datato 1974 ed entrato in vigore nel 1979, quindi 40 anni fa – è un’autentica storia infinita. Il dossier è ormai pronto da firmare dal 2015, una presa di posizione italiana era annunciata per questa primavera. Con il cambio di stagione è cambiato anche il Governo e si riparte da zero. Che la Confederazione abbia un po’ di coraggio e disdica in maniera unilaterale l’accordo così da riaprire il tavolo delle discussioni. Certo, il rovescio della medaglia è che con una disdetta unilaterale, cadrebbe anche l’accordo contro la doppia imposizione con l’Italia. E’ vero, sono in ballo Interessi economici di persone giuridiche e fisiche residenti al di qua e al di là del confine. Ma anche qui, per quanto riguarda la fiscalità delle persone fisiche per l’Italia siamo ancora in black list, quindi non siamo un Paese collaborativo (in barba alle direttive OCSE), per cui tanto vale rischiare la candela.

Passeranno ancora degli anni, ma questo permetterebbe di ragionare su condizioni che per il Ticino sono ormai diventate insostenibili. Anche perché fa decisamente un po’ specie che, in un’epoca che si vuole moderna, con i ritmi dettati dalla tecnologia che ci porta a essere connessi 24 ore su 24, l’accordo in vigore tra due Stati sia datato 1974. Qualcosa deve essere cambiato.

Uno dei temi da rispolverare – anche se nel cassetto non ci è mai finito – per convincere l’Italia a tornare al tavolo delle discussioni è il blocco dei ristorni dei frontalieri. Sulla base dell’accordo italo-svizzero del 1974, si tratta del versamento della quota all’Italia delle imposte alla fonte sul reddito dei lavoratori. L’anno scorso questa quota è stata di 80 milioni. Altri 3,8 milioni sono stati bloccati a seguito della situazione debitoria di Campione d’Italia e della mancanza di informazioni sul futuro dell’enclave. Un piccolo ma significativo successo per chi, cioè la Lega dei Ticinesi, ha sempre rivendicato questo blocco dei ristorni sempre affossato dal triciclo PLR-PPD-PS. Ora per Campione d’Italia si sta avvicinando un’altra scadenza pericolosa. Da inizio 2020 è infatti prevista la sua entrata nello spazio doganale dell’Unione europea. Una proroga per avere chiarimenti sul futuro e soprattutto per permettere alle autorità di Campione di svolgere tutti i passi necessari, è quanto mai indispensabile: le discussioni con il precedente governo erano in corso. Ora cosa succederà? Il Ticino può contare sul dialogo aperto con Roma dalla Regio Insubrica che, seppur lodevole, non dà le garanzie necessarie. Occorre che il Governo italiano batta, e anche abbastanza in fretta, un colpo per evitare situazioni pratiche sgradevoli con Campione d’Italia. Ve la immaginate la Guardia di Finanza alla porta di Campione a controllare il transito? E le pratiche per stargare tutte le automobili e ritargarle con targa italiana? Sono solo un paio di aspetti che mostrano come la situazione sia negletta da parte italiana, mentre la Svizzera con il suo pragmatismo, cerca di trovare una soluzione. Difficile ma non impossibile.

Roberta Pantani
Consigliera nazionale
Lega dei Ticinesi

Scroll to top