AVS E CASSE MALATI: dove andremo a finire?

AVS E CASSE MALATI: dove andremo a finire?

Roberta Pantani | 21/07/2019

Pubblicato in Il Mattino della domenica

opinioni

Sarà l’ennesima stangata. Ormai abbiamo perso il conto, ma per l’ennesimo anno le famiglie ticinesi (e svizzere) saranno confrontate con un ulteriore aumento dei premi delle casse malati. Questa sta diventando una costante insostenibile. La comunicazione ufficiale dei premi arriverà solo a settembre, guarda caso in piena campagna elettorale in vista delle elezioni federali del 20 ottobre, ma non ci saranno sorprese. Si annunciano già urbi et orbi aumenti di costi, che saranno artificialmente mitigati da un’ottima comunicazione, ma che in realtà peseranno molto sul portafoglio di tutti. Non possiamo andare avanti così e le soluzioni a questo problema sembrano non essere vicine: ne abbiamo sentite di tutti i colori in questi anni, proposte di aumenti delle franchigie a tre zeri, diminuzioni del catalogo delle prestazioni, limitazioni della libera scelta del medico ecc. A oggi l’unica soluzione praticabile è quella di ritornare al punto di partenza, ossia ad una cassa malati pubblica e sostenibile per tutti. Una cassa malati che copra le prestazioni base, uguali per tutte e tutti gli assicurati. Un’utopia? Non credo, possiamo arrivarci, tenuto conto che in Ticino il tema era già stato lanciato proprio dalla Lega dei Ticinesi e sconfessato poi in votazione popolare a livello svizzero nel 2014. Sono passati solo 5 anni, ma credo che oggi i numeri sarebbero diversi, perché gli aumenti hanno raggiunto delle cifre insostenibili e il “famoso” ceto medio – che di medio ormai ha unicamente il nome – per poter fronteggiare questi costi ha bisogno dell’aiuto dello Stato. Uno Stato che potrebbe mettere a disposizione le medesime risorse per la creazione di una cassa malati pubblica. Noi siamo disponibili a riaprire la discussione: i temi sociali non sono di esclusiva competenza della sinistra e soluzioni potrebbero essere trovate con un po’ di sano pragmatismo, senza pregiudizi, né preconcetti, con la collaborazione di tutti, insieme. Non è sempre così, soprattutto a livello ticinese. E già che siamo in tema di aumenti…

Il Consiglio federale può tanto scordarsi di aumentare da 64 a 65 anni l’età pensionabile delle donne. Questa è una delle misure più discusse presentate da Berset nell’ambito della riforma dell’AVS. Il messaggio non è ancora stato licenziato ma promette già battaglia su più fronti. Lo scorso 19 maggio il Popolo svizzero si è espresso a favore dell’ormai famosa RFFA, la riforma fiscale e finanziamento AVS. Con il voto favorevole ci era stato assicurato che la Svizzera sarebbe stata tolta dalla lista grigia dei paradisi fiscali, cosa che ovviamente non è ancora successa. Toh, che strano! Eppure mi sembrava di averlo già detto…Ma qui non sono tanto le promesse farlocche di Bruxelles che ci interessano. Con il finanziamento AVS, il Popolo ha garantito due miliardi all’anno al primo pilastro. Visto che questa somma, parola di Berset, non sembra essere sufficiente, ci sarebbero delle soluzioni facili facili, semplici da applicare e da mettere in pratica. Per migliorare la situazione finanziaria dell’AVS, e quindi garantire la rendita ai nostri anziani oggi e a noi e ai nostri figli domani, basta aiutare prima gli svizzeri, bloccare l’immigrazione nel nostro stato sociale e tagliare in modo massiccio gli aiuti all’estero e la spesa per l’asilo. Guardiamo, insomma, in casa nostra: sono le nostre famiglie a non riuscire più a pagare un premio di cassa malati insostenibile, sono nostri i giovani che non trovano lavoro, così come sono nostri i cinquantenni e oltre che vengono lasciati a casa perché il loro lavoro è ritenuto troppo caro o non c’è più. I dati sulla disoccupazione in Canton Ticino sono falsati dalla cancellazione dalle statistiche di coloro che dalla disoccupazione cadono in assistenza. E sono tanti. Questo sì ci deve far preoccupare. A furia di perdere posti di lavoro, non avremo più nessuno che sarà in grado di pagare le prestazioni sociali a chi ne avrà davvero bisogno. Che senso ha aumentare l’età pensionabile se si trova il primo lavoro a 30 anni e a 50 sei diventato già vecchio?
Prima di elargire altrove aiuti e sostegni, sarebbe il caso di guardare in casa nostra: non è che stiamo proprio bene.

Roberta Pantani
Cosigliera nazionale

Scroll to top